NONO CONGRESSO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA: UN'ANALISI DEL DOCUMENTO PROPOSTO DALLA MAGGIORANZA USCENTE
Dal sei all’otto dicembre si terrà, a Perugia, il nono congresso nazionale di Rifondazione Comunista.
Per questa assise sono stati presentati, ed ammessi, tre documenti contrapposti: il primo della maggioranza uscente, il secondo dei traditori trotzkisti di Falce Martello, ed il terzo come conseguenza di cinquecento firme di iscritti raccolte in tutta Italia.
Oggi mi occuperò del primo scritto, mentre nei prossimi giorni sarà la volta degli altri ad essere passati sotto la lente di ingrandimento.
Questo - che porta, come prima sottoscrizione, quella del responsabile del dipartimento Esteri nazionale, il romano Fabio Amato - è organizzato in una serie di diciannove tesi ed ha come intestazione: “Ricostruire la sinistra, per la rivoluzione democratica e il socialismo del XXI secolo”.
Nelle prime righe del documento si fa un’affermazione tanto impegnativa quanto obiettivamente ridicola, viste le firme che lo accompagnano: “alla generosità di questa nostra comunità politica, alla passione di tante compagne e tanti compagni, dobbiamo lo sforzo di una proposta che restituisca senso all'agire politico e metta le basi per un profondo rinnovamento del Partito e dei suoi gruppi dirigenti”.
Risulta francamente difficile pensare ad un cambiamento reale, visto che l’intero gruppo dirigente nazionale uscente - dal segretario Paolo Ferrero in giù - appone il suo autografo in calce a questo documento.
Lo è ancor di più dove si consideri che, più avanti nel testo, si legge un’affermazione autoassolutoria sinceramente poco o nulla comprensibile: “di fronte a questa sconfitta (“politica, sociale e culturale”, per usare le loro stesse parole, n.d.r.) crediamo non bastino spiegazioni semplicistiche, che riconducono tutto all’incapacità dei gruppi dirigenti, alle loro divisioni o addirittura alle inimicizie personali. Pur non negando elementi e limiti soggettivi, queste narrazioni portano con sé una risposta semplificata, che non fa i conti con le ragioni di fondo della sconfitta e quindi non aiutano a comprenderla”.
Verrebbe da chiedersi di chi possa essere la colpa (o il merito) della débacle subita dalla falsa sinistra riformista, se non di dirigenti nella migliore delle ipotesi incapaci, i “nostri limiti e criticità, (sul)le inadeguatezze soggettive, culturali, politiche e organizzative” di cui si scrive, se non proprio venduti: certamente non la si può addebitare a quegli elementi onesti che, proprio per il fatto di essere tali, hanno subito nel tempo vessazioni di ogni tipo - a tutti i livelli - da personaggi indegni che però avevano la fortuna di trovarsi ai vertici delle varie istanze.
Passando ai contenuti dello scritto, gli estensori partono da una critica allo stato presente non del capitalismo tout court, ma della sua versione definita neoliberismo: essi propugnano la necessità della costruzione di “un progetto politico chiaramente alternativo alle varie proposte di centro destra e centro sinistra di gestione della crisi nel recinto delle politiche neoliberiste”; il tutto per proporne la “messa in discussione, riportando al centro la questione della giustizia sociale, della piena realizzazione del diritto di tutti gli esseri umani alla libertà, alla felicità e all’uguaglianza”.
Per realizzare tutto
questo, ovviamente, occorre “non solo, dunque, la rottura radicale con lo
stalinismo, che è un tratto acquisito e irreversibile della cultura politica di
questo partito, ma l’elaborazione di un pensiero comunista con lo sguardo
rivolto al futuro, e che abbia il nodo della libertà tra uguali, della piena
autodeterminazione di donne e uomini a suo fondamento”.
E’ evidente che, anche volendo evitare la polemica sulla questione di un
partito che si definisce ‘comunista’ ma non accetta il marxismo-leninismo - lo
stalinismo non esiste, è una categoria antistorica creata dai traditori
trotzkisti per calunniare la teoria scientifica del comunismo - preferendogli
un’accozzaglia informe, secondo il dettame che “un partito politico non si
costituisce su una base ideologica”, ci troviamo di fronte ad un grosso
problema: questi signori dovrebbero spiegare (non tanto a chi scrive, quanto ai
propri accoliti) come si possa arrivare ad avere tutte queste cose meravigliose
per gli sfruttati senza abbattere violentemente, perché di buon grado non lo
cederebbero mai, il potere di coloro che vivono del lavoro degli altri: i
padroni, la strato superiore della classe borghese.
Mettere in discussione - magari con una “rivoluzione democratica”, più volte
evocata per nascondere la propria assoluta contrarietà alla rivoluzione
socialista - non significa certamente voler cancellare, ma casomai mitigare; in
questo caso si cadrebbe nell’errore che da sempre fanno i socialdemocratici,
ossia quello di voler arrivare ad uno stato di benessere per tutti attraverso
le riforme di struttura.
Questa cosa è avvenuta una sola volta nella storia, nel Cile del socialista Salvador Allende, e tutti ricorderanno il drammatico epilogo della vicenda: l’11 settembre 1973 quel porco fascista del generale Augusto Pinochet Ugarte rovesciò il Governo democraticamente eletto attraverso un colpo di Stato, orchestrato dagli yanqui della Central Intelligence Agency; dovrebbe bastare questo episodio per far comprendere la natura irriformabile del capitalismo.
In questo senso non si comprende come, al termine di un’attenta (e sostanzialmente condivisibile) analisi delle politiche europee - ed, al loro interno, di quelle portate avanti in Italia dai partiti dell’inciucio permanente - si possa teorizzare che “al contrario di Italia Bene Comune, la coalizione tra Pd e Sel presentatasi alle scorse elezioni, che nel proprio programma indicava come ‘responsabilità’ proprio il rispetto dei trattati, noi sentiamo la responsabilità politica di costruire una sinistra sociale e politica di massa in grado di riconquistare sovranità popolare per determinare un processo più ampio di democratizzazione istituzionale, nei luoghi di lavoro, nella gestione partecipata dei beni comuni, di lotta all’austerità e ai suoi trattati”.
Una simile ‘sinistra’ - che persino lorsignori identificano con “comitati elettorali” che hanno da tempo sostituito precedenti “strutture di partecipazione democratica” - non servirebbe certamente al proletariato, non essendo in grado di cambiare una virgola delle politiche portate avanti dai grandi partiti: sarebbe utile soltanto a questi che si troverebbero una copertura da parte di chi da sempre lavora per spegnere le lotte che, a parole, sostiene di voler mettere in campo.
Genova, 17 ottobre 2013
Stefano Ghio - Proletari Comunisti Genova
http://pennatagliente.wordpress.com